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di Davide Cannata e Chiara Catapano

 

 Immaginate di salire sul palco di un teatro. Vi trovate di fronte al pubblico e non avete un copione. Non possedete nemmeno un canovaccio. Nulla che vi possa guidare mentre cercate il consenso del pubblico. Siete completamente liberi d’improvvisare. Anzi, ne siete costretti, perché il pubblico pretende. Non vi trovate in un teatro qualunque. Siete sul palco del Metropolitan di New York.  Anzi, siete nel Colosseo: Se la vostra parte non funziona l’imperatore girerà il pollice e la vostra vita finirà.  Cosa fate?

L’esempio è paradossale, certo, ma, almeno secondo i filosofi esistenzialisti, può ben rappresentare la vita dell’uomo. Quando nasciamo, siamo letteralmente scaraventati nel mondo, rappresentato dal teatro. Il canovaccio, il copione, sono invece il simbolo di quelle filosofie che ritengono che il percorso dell’uomo sia già determinato o che tenda ad uno scopo prestabilito e uguale per tutti. In questo modo, però, esse negano la libertà. L’essere umano invece, usando le parole di Jean Paul Sartre “è condannato ad essere libero”.

Il movimento esistenziale ha avuto un grande sviluppo negli anni successivi alla seconda guerra mondiale e fu denominato “filosofia della crisi” , ossia del vuoto di certezze determinato dalle distruzioni della guerra.

 Il punto di partenza dell’analisi filosofica esistenzialista è nel rapporto tra “Esistere” ed “Essere”.

Per comprendere bene il significato di queste due parole consideriamo l’esempio di una scacchiera. L’essenza è la natura comune di ogni singolo pezzo: tanto la regina quanto i pedoni, sono stati costruiti per mettere il re avversario nella condizione di non potere effettuare alcuna mossa, e vincere la partita. Questo è vero indipendentemente dalla scacchiera che utilizziamo e addirittura dalla realtà di questa scacchiera, che potrebbe anche essere, ad esempio, soltanto descritta in un romanzo. L’esistenza, invece, è la presenza reale di un determinato pezzo, in una precisa casella di una certa scacchiera.

Prendendo le distanze dalla filosofia tradizionale che aveva considerato l’essere come essenza oggettivata del pensiero, l’esistenzialismo considera l’essere non nella sua astrattezza, bensì nell’atto di esistere hic et nunc, nell’esserci. L’esistente, diventato oggetto, viene estraniato dalla sua intimità e l’universalità del concetto è incapace di cogliere l’individualità concreta del singolo. Queste tematiche erano già presenti molto prima della crisi post-bellica e, in particolar modo,  nelle disquisizioni polemiche di Kierkegaard contro ogni filosofia accademica e totalizzante come l’hegelismo dei suoi tempi. Anche Kierkegaard esprime l’esigenza di “accentuare l’esistenza” abbandonando ogni pretesa di fare della filosofia una metafisica speculativa, un colpo d’occhio disinteressato ed esterno sul mondo.  Nella sua “Postilla conclusiva non scientifica” del 1846 Kierkegaard spiega: “se l’esistenza non è mai passibile di una considerazione disinteressata ma è invece il nostro modo di essere, il filosofo che voglia parlare dell’esistenza si trova in una sorta di coinvolgimento ontologico: il tema del suo discorso e la situazione dalla quale questo è affrontato coincidono ed egli è posto direttamente in questione, nella questione stessa che pone”.

Al pensatore oggettivo di stampo hegeliano, Kierkegaard contrappone nella postilla il pensatore soggettivo esistente ed in quanto tale, soggettivamente interessato al tema della sua filosofia, cioè alla esistenza. Giacché l’esistenza è al tempo stesso tema e situazione del suo discorso, il pensatore soggettivo esistente deve cercare di riproporre questa duplicità nel suo filosofare. Infatti Kierkegaard comunica non un dato oggettivo, ma piuttosto un pathos esistenziale che permette al destinatario di sentirsi messo soggettivamente in questione nella questione stessa dell’esistenza. A suo parere Hegel aveva dimenticato di essere un uomo e Kierkegaard si fa beffa del tipico professore hegeliano che, mentre si affanna a spiegare tutta l’esistenza, non si ricorda neppure come si chiama.  Ciò che possiamo conoscere con la ragione e cioè le verità oggettive ed universali, sono indifferenti per l’esistenza del singolo. Il fatto che 8+4 faccia 12 è un esempio di verità della ragione, ma non è certo qualcosa su cui rifletteremo in punto di morte.

 Estremamente importanti per l’esistenza del singolo sono invece i temi esistenziali della scelta e dell’angoscia.

Il neonato si trova al mondo senza avere nessuno scopo preciso. Egli semplicemente nasce e si ritrova ad esistere. E’ egli stesso a dovere scegliere la sua essenza, dando uno scopo e un senso alla propria vita. Per Sartre “La vita non ha senso a priori. Prima che voi la viviate, la vita di per sé non è nulla; sta a voi darle un senso, e il valore non è altro che il senso che sceglierete”.

Questa scelta è interamente soggettiva e mette l’uomo di fronte ad un costante dubbio. Infatti ognuno di noi, se il suo comportamento non è determinato da leggi di natura, è libero di creare il proprio percorso. Anzi, Sartre identifica completamente la libertà con l’uomo: Ciò che non è assolutamente possibile è non scegliere”. 

La scelta coincide in Sartre con l’angoscia. Citando ancora una volta le parole del maestro francese: “Noi non abbiamo né dietro a noi, né dinanzi a noi, in un dominio luminoso dei valori, delle giustificazioni o delle scuse. Siamo soli, senza scuse”.

La condizione umana è per Sartre estremamente difficile ed angosciosa. Stare sul palco del teatro della vita non è semplice. “La creatura umana è libera, gettata nel mondo senza conoscerne il perche incapace di sapere il perché. Abbandonata a se stessa, essa deve creare se stessa di propria iniziativa”.  E’ per questo che molte persone scelgono di guardare il comportamento degli altri attori imitandone ruoli e posizioni. Questo semplifica le nostre scelte, ma allo stesso tempo ci allontana da noi stessi, dalle nostre idee, dal senso che avremmo voluto dare alla nostra vita. Il dramma dell’uomo moderno risiede nella terribile scelta fra “l’essere”(fuoriuscire dagli schemi imposti vivendo le proprie scelte) e il “non essere”(conformarsi perfettamente alle regole del “vivere civile” ed al ruolo che viene assegnato). Il tentativo di eludere la responsabilità e la libertà conduce ai comportamenti della “malafede” propri di chi, rifugiandosi nella folla anonima, accetta passivamente una vita di menzogne fatta di ruoli rigidi e di gerarchie sociali. La libertà impone all’individuo di fare qualcosa per se stesso, di esistere autenticamente, abbandonando il mondo dei valori consacrati alla tradizione.

 Negli Stati Uniti l’esistenzialismo si sviluppa a partire dagli anni ’60 dopo la pubblicazione del libro “Existence” di Rollo May nel 1958. In America la corrente viene interpretata in modo originale e assume due caratteristiche che le danno modo di distinguersi dal movimento culturale europeo:
in primo luogo  si adatta al pragmatismo tipico degli Stati Uniti, paese nel quale la filosofia non è mai stata intesa come pura speculazione, ma sempre pervasa di pragmatismo e collegata e scienze quali la psicologia, la sociologia, l’antropologia e l’economia;
in secondo luogo perde la connotazione pessimistica che aveva avuto in Europa. La scelta, che tanto pesa sull’uomo sartriano condannato alla libertà, diventa negli States continua possibilità, opportunità infinite.

Questa visione del mondo viene associata al termine umanistico poiché sottolinea le potenzialità dell’uomo ed il carattere positivo della persona. Nel lessico filosofico corrente si parla di umanesimo per definire tutte le posizioni che accentuano il valore dell’uomo. In realtà non vi è alcun nesso con il significato storico del termine ,  salvo per il fatto che già nell’umanesimo del 400 era tipico il tema della dignità dell’uomo e questo trovava un potente ausilio nello studio della cultura classica. In ambito psicologico il movimento americano di stampo umanistico – esistenziale da vita nel 1962 ad una nuova associazione denominata: Terza Forza.
Gli esponenti dell’associazione condividono le tematiche esistenzialiste del soggettivismo e della libertà di scelta  prendendo le distanze dalle due correnti fino allora dominanti nella psicologia: la psicoanalisi freudiana e il comportamentismo di Watson.

Il comportamentismo, nato ufficialmente nel 1913, sosteneva che l’unico oggetto per una psicologia rigorosamente scientifica, dovesse essere  il comportamento. Nel suo articolo manifesto “La psicologia secondo i comportamentisti”, Watson riconduce la crisi delle scienze psicologiche esclusivamente al loro porsi come studio dei fenomeni della coscienza che sfuggono alla metodologia sperimentale e scientifica. Bandisce pertanto tutti i concetti mentalistici della psicologia tradizionale (sentimenti, motivazioni, emozioni, percezioni, desideri, ecc) oppure li traduce, se possibile, in termini comportamentali.
In “Oltre la libertà e la dignità” Skinner espone  una serie di argomentazioni tendenti a sradicare la tradizionale concezione occidentale che vede nell’uomo un essere libero e responsabile. Egli afferma che la lotta dell’uomo per la libertà personale non è dovuta ad una sua inalienabile volontà, ma ad una serie di processi comportamentali il cui effetto principale consiste nel tentativo di evitare i “caratteri avversivi dell’ambiente”.

La visione psicoanalitica della persona umana, pur differenziandosi da quella comportamentale, non è di gran  lunga migliore. Infatti se i teorici del comportamento consideravano l’uomo un essere reattivo agli stimoli ambientali ed il suo comportamento rinchiuso negli schemi di stimolo risposta, la psicoanalisi concepisce l’uomo come reattivo in profondità, determinato cioè nel suo comportamento da pulsioni ed istinti interiori.
A questo proposito Allport sostiene che la psicoanalisi fornisce un’immagine dell’uomo che sostanzialmente è quella di una vittima- spettatore di forze cieche che lavorano per mezzo di lui. Tutta l’attività psichica dell’uomo, secondo Freud, è determinata, cioè non libera. Nelle “Letture introduttive alla Psicoanalisi”del 1921, Freud sembrava negare categoricamente l’esistenza della libertà umana: “voi avete l’illusione di una libertà psichica dentro di voi che non volete abbandonare”.
Freud aveva dimostrato clinicamente ciò che Spinoza aveva formulato nel suo sistema di pensiero. Infatti il filosofo olandese nel 1600 sosteneva che l’illusione della libertà di volere nasce dal fatto che siamo coscienti dei nostri desideri, ma normalmente ignoriamo le cause di essi: analogamente anche una pietra che cade, se fosse cosciente del proprio movimento e contemporaneamente lo desiderasse, si crederebbe libera.

 Radicalmente diversa è la posizione della Terza Forza: in quest’ambito l’uomo non è considerato indifeso rispetto pressioni interne o esterne, ma piuttosto un essere in grado di formulare progetti, fare valutazioni, compiere delle scelte.
Pur non rinnegando la validità dei principi del condizionamento operante né l’importanza degli aspetti pulsionali nella vita psichica,  gli esponenti della Terza Forza sostengono che non possiamo spiegare o capire alcun essere umano solo su questa base. Questi sostengono che più siamo precisi ed esaurienti nel descrivere un dato meccanismo, più facilmente perdiamo di vista l’individuo esistente, più ci sforziamo di formulare teorie su pulsioni o forze in modo completo e definitivo, più parliamo di astrazioni e non di esseri umani viventi.
Maslow biasima la psicologia per la sua concezione negativa e limitata dell’uomo e pensa che essa abbia indugiato più sulle debolezze dell’uomo che sulle sue forze, che abbia esplorato attentamente i suoi peccati, trascurando le virtù.
La psicologia, secondo lo psicologo umanistico- esistenziale, si è volontariamente ristretta alla parte più oscura e meschina della persona umana, trascurando quella migliore. Questo punto di vista non rinnega il ben noto quadro freudiano, ma piuttosto lo integra. Semplificando in qualche modo la questione è come se Freud ci offrisse la metà malata della psiche umana, mentre la psicologia umanistica si propone di completare questo quadro con la metà sana.

 Allo stesso modo anche l’approccio terapeutico di Carl Rogers si è sempre contrapposto alla visione negativa dell’uomo fondata sul peccato e sul senso di colpa. Egli infatti ha sempre riportato grande fiducia nella natura umana, partendo dal convincimento che ogni persona è in grado di dirigersi verso tutto ciò che è positivo per sé e per gli altri, spinta dalla forza propulsiva della tendenza attualizzante e guidata dalla saggezza organismica. Per tendenza attualizzante Rogers intendeva un sistema innato di motivazioni che provvede non solo a quelli che Maslow definisce i “ bisogni di deficienza”, cioè al mantenimento delle condizioni necessarie di sussistenza, ma presiede a funzioni più evolute. Si tratta quindi di un’energia vitale, una grande forza biologica e propulsiva, per certi aspetti simile alla libido freudiana. Rogers tuttavia non prospetta un ineluttabile “disagio della  civiltà”, ma sostiene che la tendenza attualizzante lungi da dover essere rimossa o sublimata, dovrebbe costituire la forza motrice di ogni essere umano.

 

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