Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘esistenzialismo’

DAL CONFLITTO LA RELAZIONE, DALLA RELAZIONE LA SCELTA – 30 gennaio 2016 Laboratorio introduttivo al percorso

10408751_639903029446837_505336127173489466_n
Diapositiva4

Diapositiva3
Diapositiva3

Diapositiva5
Diapositiva2

Diapositiva11

Le iscrizioni si chiuderanno il giorno
21 gennaio 2016

Calendario e programma degli incontri

Presentazione standard1corretta

LE TECNICHE

nnn
mm

Ciascun incontro si avvarrà di momenti di didattica, momenti di laboratorio in gruppo e scambi di focusing in coppia alla pari.

Al termine sarà rilasciato un attestato per gli usi consentiti.

Per partecipare agli incontri è necessario un colloquio conoscitivo da concordare con le responsabili.

Il colloquio può aver luogo anche via Skype o telefono.

Il corso è a numero chiuso e si rivolge e tutti coloro che desiderano acquisire nuovi strumenti per la cura del benessere della persona da utilizzare per sé o da applicare al proprio lavoro (psicologi, operatori socio sanitari, animatori di comunità, religiosi, sacerdoti, insegnanti, ecc).

Il percorso e’ condotto da

Dott.ssa Roberta de Bury: Psicologa neo-rogersiana e trainer certificata di Focusing dal T.F.I. di New York.

Dott.ssa Chiara Catapano: Psicoterapeuta Neo-rogersiana

Gli incontri si svolgeranno presso il

Centro “A Ruota Libera”
via
Caldieri 140- Napoli

Info:

3395209468

3397322221

obiettivopersona@gmail.com

Annunci

Read Full Post »

FOCUSING E SPIRITUALITA’ : la preghiera anche per chi non crede… 

Impariamo ad essere depliant per sito

Obiettivi:

  • Imparare a far silenzio per iniziare a “vedere” se stessi e la vita da una prospettiva nuova;

  • imparare a vedere per imparare ad ascoltare e a distinguere la Voce amica dal caos delle “voci di dentro”;

  • imparare ad ascoltare per imparare a comunicare con se stessi e con gli altri.

Il percorso, parte dal presupposto che noi, oltre ad essere in relazione gli uni con gli altri, siamo una relazione.

Attraverso il silenzio, la contemplazione e l’ascolto dei movimenti del cuore prodotti dalla Parola, possiamo imparare a realizzare in noi la forma armonica tra le parti che compongono il nostro mondo interiore, per poi arrivare a pacificare le relazioni con gli altri che vivono intorno a noi

Il corso è rivolto a:

  • persone in ricerca della Verità e che intuiscono che la vita è oltre l’affanno quotidiano;

  • persone che sentono un richiamo verso il trascendente e che non sanno come rispondere;

  • persone che si sentono lontane dalla religione e da tutti i cammini di ricerca spirituale, ma che desiderano imparare a contattare quel Dio che sentono oltre la Chiesa e il credo tradizionale;

  • persone stufe d’essere credenti per abitudine o per paura e che vorrebbero trovare strumenti per rispondere al loro bisogno di crescere nell’autenticità dell’essere;

  • persone deluse, isolate, stufe d’essere sottomesse a chi dice loro cosa pensare ed essere;

  • persone stanche di sentirsi colpevoli e colpevolizzate da false morali che bloccano il libero fluire dell’esistenza verso la Verità.

  • persone che desiderano imparare nuove strategie d’ascolto e comunicazione per il proprio lavoro e per facilitare la comunicazione nella proprio famiglia, nel proprio ambiente di lavoro, nella propria comunità.

PROGRAMMA E CALENDARIO

1° Incontro:

23 Gennaio: ore 10.30-13.30; 14.30-17.30

 Il caos interiore

  • pensiero persecutorio;

  • Il conflitto dei pensieri,

  • la guerra dei pensieri,

  • il pensiero negativo,

  • il nemico esterno e il critico che è in me

2° Incontro:

13 Febbraio: ore 10.30-13.30; 14.30-17.30

Il processo: l’Io giudice e l’Io imputato

  • il peso del mio giudizio,

  • Il processo: l’io imputato,

  • cosa pensi di te,

  • e se ti chiedessi chi sei,

  • dal pensiero negativo al pensiero positivo

3° Incontro:

12 marzo: ore 10.30-13.30; 14.30-17.30

La riconciliazione con sé.

  • il dialogo interiore: impariamo a parlarci,

  • la voce che mi difende,

  • La pace dentro di me

4° Incontro:

9 aprile: ore 10.30-13.30; 14.30-17.30

La comunicazione efficace

  • dall’accoglienza di me all’accoglienza dell’altro,

  • imparare ad essere la relazione che vorresti.

5° Incontro:

14 maggio: ore 10.30-13.30; 14.30-17.30

Le strategie di pace

  • le strategie per evitare il conflitto con l’altro,

  • le relazioni senza conflitti,

  • la relazione efficace

DUE WEEKEND INTENSIVI FACOLTATIVI

che si svolgeranno presso:
LA CASA D’ESERCIZI “SACRO CUORE” DI GALLORO (Ariccia)

I weekend: 28 aprile – 1 maggio
LE “VOCI DI DENTRO” E LA VOCE CHE INFIAMMA IL CUORE

II weekend: 26-29 maggio
LA RELAZIONE EFFICACE: STRATEGIE PER AFFRONTARE E RISOLVERE IL CONFLITTO (INTERIORE E CON L’ALTRO) ATTRAVERSO LA PAROLA DI VITA.

La partecipazione ai due weekend inseriti nel percorso è facoltativa.
Inoltre, questi due intensivi sono indipendenti l’uno dall’altro, quindi è possibile partecipare anche ad uno solo dei due.
Le notizie per la partecipazione e la prenotazione a questi due intensivi saranno date al momento dell’iscrizione.

STRUTTURA DEGLI INCONTRI:
Ciascun incontro si avvarrà di momenti di didattica e di laboratorio in gruppo.

Al termine sarà rilasciato un attestato per gli usi consentiti.

Il percorso sarà condotto dalla  dott.ssa Roberta de Bury

Psicologa d’indirizzo neo-rogersiano, specializzata presso il “Centro Italiano di Psicologia Clinica”.

Ha frequentato i corsi d’approfondimento biblico e di teologia a Napoli, presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, sezione  “S. Luigi”.

Ha collaborato nella ricerca e realizzazione di percorsi condotti attraverso la tecnica di “Contemplazione di Quiete” con  p. Paolo Gamberini s.j.

Si è formata come guida spirituale presso il Centro Ignaziano di Spiritualità (CIS) e  da diversi anni collabora con i Gesuiti nell’accompagnamento spirituale alle persone e nel dare esercizi.

Ha ideato e guida tuttora il gruppo “A Chiesa aperta: percorsi di vita per i lontani e non…” un progetto che ha come obiettivo l’aprire spazi nella chiesa alle persone che se ne sentono escluse (divorziati, omosessuali ecc).

Ha studiato il Focusing a Roma e presso il Focusing Institute a New York ed è Focusing Trainer certificato  T.F.I. dal Focusing Institute di New York.

Insegna, da diversi anni, la tecnica integrata di Focusing, Esercizi, Ignaziani e Contemplazione di Quiete, attraverso percorsi d’esercizi spirituali e laboratori teorico- esperienziali.

E’ presidente dell’Associazione per la promozione sociale “Ludoterapia: laboratorio di giochi psicologici per adulti “ nella quale opera come conduttrice di gruppi.

SEDE DEGLI INCONTRI:

ASSOCIAZIONE SERENDIPITA’

Via S. Quintino, 8

ROMA 

INFORMAZIONI PER L’ISCRIZIONE E LA PARTECIPAZIONE

Inviare una mail entro il 15 gennaio 2016 a:

robertadebury@gmail.com

oppure consultare il sito:

www.focusing.it

Read Full Post »

di Davide Cannata e Chiara Catapano

 

 Immaginate di salire sul palco di un teatro. Vi trovate di fronte al pubblico e non avete un copione. Non possedete nemmeno un canovaccio. Nulla che vi possa guidare mentre cercate il consenso del pubblico. Siete completamente liberi d’improvvisare. Anzi, ne siete costretti, perché il pubblico pretende. Non vi trovate in un teatro qualunque. Siete sul palco del Metropolitan di New York.  Anzi, siete nel Colosseo: Se la vostra parte non funziona l’imperatore girerà il pollice e la vostra vita finirà.  Cosa fate?

L’esempio è paradossale, certo, ma, almeno secondo i filosofi esistenzialisti, può ben rappresentare la vita dell’uomo. Quando nasciamo, siamo letteralmente scaraventati nel mondo, rappresentato dal teatro. Il canovaccio, il copione, sono invece il simbolo di quelle filosofie che ritengono che il percorso dell’uomo sia già determinato o che tenda ad uno scopo prestabilito e uguale per tutti. In questo modo, però, esse negano la libertà. L’essere umano invece, usando le parole di Jean Paul Sartre “è condannato ad essere libero”.

Il movimento esistenziale ha avuto un grande sviluppo negli anni successivi alla seconda guerra mondiale e fu denominato “filosofia della crisi” , ossia del vuoto di certezze determinato dalle distruzioni della guerra.

 Il punto di partenza dell’analisi filosofica esistenzialista è nel rapporto tra “Esistere” ed “Essere”.

Per comprendere bene il significato di queste due parole consideriamo l’esempio di una scacchiera. L’essenza è la natura comune di ogni singolo pezzo: tanto la regina quanto i pedoni, sono stati costruiti per mettere il re avversario nella condizione di non potere effettuare alcuna mossa, e vincere la partita. Questo è vero indipendentemente dalla scacchiera che utilizziamo e addirittura dalla realtà di questa scacchiera, che potrebbe anche essere, ad esempio, soltanto descritta in un romanzo. L’esistenza, invece, è la presenza reale di un determinato pezzo, in una precisa casella di una certa scacchiera.

Prendendo le distanze dalla filosofia tradizionale che aveva considerato l’essere come essenza oggettivata del pensiero, l’esistenzialismo considera l’essere non nella sua astrattezza, bensì nell’atto di esistere hic et nunc, nell’esserci. L’esistente, diventato oggetto, viene estraniato dalla sua intimità e l’universalità del concetto è incapace di cogliere l’individualità concreta del singolo. Queste tematiche erano già presenti molto prima della crisi post-bellica e, in particolar modo,  nelle disquisizioni polemiche di Kierkegaard contro ogni filosofia accademica e totalizzante come l’hegelismo dei suoi tempi. Anche Kierkegaard esprime l’esigenza di “accentuare l’esistenza” abbandonando ogni pretesa di fare della filosofia una metafisica speculativa, un colpo d’occhio disinteressato ed esterno sul mondo.  Nella sua “Postilla conclusiva non scientifica” del 1846 Kierkegaard spiega: “se l’esistenza non è mai passibile di una considerazione disinteressata ma è invece il nostro modo di essere, il filosofo che voglia parlare dell’esistenza si trova in una sorta di coinvolgimento ontologico: il tema del suo discorso e la situazione dalla quale questo è affrontato coincidono ed egli è posto direttamente in questione, nella questione stessa che pone”.

Al pensatore oggettivo di stampo hegeliano, Kierkegaard contrappone nella postilla il pensatore soggettivo esistente ed in quanto tale, soggettivamente interessato al tema della sua filosofia, cioè alla esistenza. Giacché l’esistenza è al tempo stesso tema e situazione del suo discorso, il pensatore soggettivo esistente deve cercare di riproporre questa duplicità nel suo filosofare. Infatti Kierkegaard comunica non un dato oggettivo, ma piuttosto un pathos esistenziale che permette al destinatario di sentirsi messo soggettivamente in questione nella questione stessa dell’esistenza. A suo parere Hegel aveva dimenticato di essere un uomo e Kierkegaard si fa beffa del tipico professore hegeliano che, mentre si affanna a spiegare tutta l’esistenza, non si ricorda neppure come si chiama.  Ciò che possiamo conoscere con la ragione e cioè le verità oggettive ed universali, sono indifferenti per l’esistenza del singolo. Il fatto che 8+4 faccia 12 è un esempio di verità della ragione, ma non è certo qualcosa su cui rifletteremo in punto di morte.

 Estremamente importanti per l’esistenza del singolo sono invece i temi esistenziali della scelta e dell’angoscia.

Il neonato si trova al mondo senza avere nessuno scopo preciso. Egli semplicemente nasce e si ritrova ad esistere. E’ egli stesso a dovere scegliere la sua essenza, dando uno scopo e un senso alla propria vita. Per Sartre “La vita non ha senso a priori. Prima che voi la viviate, la vita di per sé non è nulla; sta a voi darle un senso, e il valore non è altro che il senso che sceglierete”.

Questa scelta è interamente soggettiva e mette l’uomo di fronte ad un costante dubbio. Infatti ognuno di noi, se il suo comportamento non è determinato da leggi di natura, è libero di creare il proprio percorso. Anzi, Sartre identifica completamente la libertà con l’uomo: Ciò che non è assolutamente possibile è non scegliere”. 

La scelta coincide in Sartre con l’angoscia. Citando ancora una volta le parole del maestro francese: “Noi non abbiamo né dietro a noi, né dinanzi a noi, in un dominio luminoso dei valori, delle giustificazioni o delle scuse. Siamo soli, senza scuse”.

La condizione umana è per Sartre estremamente difficile ed angosciosa. Stare sul palco del teatro della vita non è semplice. “La creatura umana è libera, gettata nel mondo senza conoscerne il perche incapace di sapere il perché. Abbandonata a se stessa, essa deve creare se stessa di propria iniziativa”.  E’ per questo che molte persone scelgono di guardare il comportamento degli altri attori imitandone ruoli e posizioni. Questo semplifica le nostre scelte, ma allo stesso tempo ci allontana da noi stessi, dalle nostre idee, dal senso che avremmo voluto dare alla nostra vita. Il dramma dell’uomo moderno risiede nella terribile scelta fra “l’essere”(fuoriuscire dagli schemi imposti vivendo le proprie scelte) e il “non essere”(conformarsi perfettamente alle regole del “vivere civile” ed al ruolo che viene assegnato). Il tentativo di eludere la responsabilità e la libertà conduce ai comportamenti della “malafede” propri di chi, rifugiandosi nella folla anonima, accetta passivamente una vita di menzogne fatta di ruoli rigidi e di gerarchie sociali. La libertà impone all’individuo di fare qualcosa per se stesso, di esistere autenticamente, abbandonando il mondo dei valori consacrati alla tradizione.

 Negli Stati Uniti l’esistenzialismo si sviluppa a partire dagli anni ’60 dopo la pubblicazione del libro “Existence” di Rollo May nel 1958. In America la corrente viene interpretata in modo originale e assume due caratteristiche che le danno modo di distinguersi dal movimento culturale europeo:
in primo luogo  si adatta al pragmatismo tipico degli Stati Uniti, paese nel quale la filosofia non è mai stata intesa come pura speculazione, ma sempre pervasa di pragmatismo e collegata e scienze quali la psicologia, la sociologia, l’antropologia e l’economia;
in secondo luogo perde la connotazione pessimistica che aveva avuto in Europa. La scelta, che tanto pesa sull’uomo sartriano condannato alla libertà, diventa negli States continua possibilità, opportunità infinite.

Questa visione del mondo viene associata al termine umanistico poiché sottolinea le potenzialità dell’uomo ed il carattere positivo della persona. Nel lessico filosofico corrente si parla di umanesimo per definire tutte le posizioni che accentuano il valore dell’uomo. In realtà non vi è alcun nesso con il significato storico del termine ,  salvo per il fatto che già nell’umanesimo del 400 era tipico il tema della dignità dell’uomo e questo trovava un potente ausilio nello studio della cultura classica. In ambito psicologico il movimento americano di stampo umanistico – esistenziale da vita nel 1962 ad una nuova associazione denominata: Terza Forza.
Gli esponenti dell’associazione condividono le tematiche esistenzialiste del soggettivismo e della libertà di scelta  prendendo le distanze dalle due correnti fino allora dominanti nella psicologia: la psicoanalisi freudiana e il comportamentismo di Watson.

Il comportamentismo, nato ufficialmente nel 1913, sosteneva che l’unico oggetto per una psicologia rigorosamente scientifica, dovesse essere  il comportamento. Nel suo articolo manifesto “La psicologia secondo i comportamentisti”, Watson riconduce la crisi delle scienze psicologiche esclusivamente al loro porsi come studio dei fenomeni della coscienza che sfuggono alla metodologia sperimentale e scientifica. Bandisce pertanto tutti i concetti mentalistici della psicologia tradizionale (sentimenti, motivazioni, emozioni, percezioni, desideri, ecc) oppure li traduce, se possibile, in termini comportamentali.
In “Oltre la libertà e la dignità” Skinner espone  una serie di argomentazioni tendenti a sradicare la tradizionale concezione occidentale che vede nell’uomo un essere libero e responsabile. Egli afferma che la lotta dell’uomo per la libertà personale non è dovuta ad una sua inalienabile volontà, ma ad una serie di processi comportamentali il cui effetto principale consiste nel tentativo di evitare i “caratteri avversivi dell’ambiente”.

La visione psicoanalitica della persona umana, pur differenziandosi da quella comportamentale, non è di gran  lunga migliore. Infatti se i teorici del comportamento consideravano l’uomo un essere reattivo agli stimoli ambientali ed il suo comportamento rinchiuso negli schemi di stimolo risposta, la psicoanalisi concepisce l’uomo come reattivo in profondità, determinato cioè nel suo comportamento da pulsioni ed istinti interiori.
A questo proposito Allport sostiene che la psicoanalisi fornisce un’immagine dell’uomo che sostanzialmente è quella di una vittima- spettatore di forze cieche che lavorano per mezzo di lui. Tutta l’attività psichica dell’uomo, secondo Freud, è determinata, cioè non libera. Nelle “Letture introduttive alla Psicoanalisi”del 1921, Freud sembrava negare categoricamente l’esistenza della libertà umana: “voi avete l’illusione di una libertà psichica dentro di voi che non volete abbandonare”.
Freud aveva dimostrato clinicamente ciò che Spinoza aveva formulato nel suo sistema di pensiero. Infatti il filosofo olandese nel 1600 sosteneva che l’illusione della libertà di volere nasce dal fatto che siamo coscienti dei nostri desideri, ma normalmente ignoriamo le cause di essi: analogamente anche una pietra che cade, se fosse cosciente del proprio movimento e contemporaneamente lo desiderasse, si crederebbe libera.

 Radicalmente diversa è la posizione della Terza Forza: in quest’ambito l’uomo non è considerato indifeso rispetto pressioni interne o esterne, ma piuttosto un essere in grado di formulare progetti, fare valutazioni, compiere delle scelte.
Pur non rinnegando la validità dei principi del condizionamento operante né l’importanza degli aspetti pulsionali nella vita psichica,  gli esponenti della Terza Forza sostengono che non possiamo spiegare o capire alcun essere umano solo su questa base. Questi sostengono che più siamo precisi ed esaurienti nel descrivere un dato meccanismo, più facilmente perdiamo di vista l’individuo esistente, più ci sforziamo di formulare teorie su pulsioni o forze in modo completo e definitivo, più parliamo di astrazioni e non di esseri umani viventi.
Maslow biasima la psicologia per la sua concezione negativa e limitata dell’uomo e pensa che essa abbia indugiato più sulle debolezze dell’uomo che sulle sue forze, che abbia esplorato attentamente i suoi peccati, trascurando le virtù.
La psicologia, secondo lo psicologo umanistico- esistenziale, si è volontariamente ristretta alla parte più oscura e meschina della persona umana, trascurando quella migliore. Questo punto di vista non rinnega il ben noto quadro freudiano, ma piuttosto lo integra. Semplificando in qualche modo la questione è come se Freud ci offrisse la metà malata della psiche umana, mentre la psicologia umanistica si propone di completare questo quadro con la metà sana.

 Allo stesso modo anche l’approccio terapeutico di Carl Rogers si è sempre contrapposto alla visione negativa dell’uomo fondata sul peccato e sul senso di colpa. Egli infatti ha sempre riportato grande fiducia nella natura umana, partendo dal convincimento che ogni persona è in grado di dirigersi verso tutto ciò che è positivo per sé e per gli altri, spinta dalla forza propulsiva della tendenza attualizzante e guidata dalla saggezza organismica. Per tendenza attualizzante Rogers intendeva un sistema innato di motivazioni che provvede non solo a quelli che Maslow definisce i “ bisogni di deficienza”, cioè al mantenimento delle condizioni necessarie di sussistenza, ma presiede a funzioni più evolute. Si tratta quindi di un’energia vitale, una grande forza biologica e propulsiva, per certi aspetti simile alla libido freudiana. Rogers tuttavia non prospetta un ineluttabile “disagio della  civiltà”, ma sostiene che la tendenza attualizzante lungi da dover essere rimossa o sublimata, dovrebbe costituire la forza motrice di ogni essere umano.

 

Read Full Post »

di Chiara Catapano

La teoria e la terapia rogersiana rientrano nell’ambito della Psicologia umanistico – esistenziale definita da Maslow “terza forza” in opposizione alla Psicoanalisi ed al Comportamentismo.

Gli spunti teorici di Rogers derivano direttamente dal suo lavoro di psicoterapeuta. Egli infatti ha sempre considerato gli elementi teorici da lui elaborati alla stregua di ipotesi che potevano essere  modificate, qualora la pratica dimostrasse la loro erroneità. Pertanto la terapia rogersiana ha subito nel corso degli anni una costante evoluzione passando attraverso tre  diverse fasi. Queste hanno una base in comune costituita dalla fiducia che  Rogers ha sempre riposto  nella natura umana e dal convincimento che ogni persona è in grado di realizzare le proprie potenzialità spinta dalla forza propulsiva della tendenza attualizzante e guidata dalla saggezza insita nell’organismo. E’ proprio tale ottimismo a sostenere l’approccio terapeutico di Carl Rogers che si contrappone alla visione pessimistica dell’uomo fondata sul peccato e sul senso di colpa che sono i fondamenti della nostra cultura determinata in larga misura dal condizionamento religioso e sostenuta anche dalla psicoanalisi freudiana.

La prima fase della terapia rogersiana è caratterizzata dalla non-direttività. Il terapeuta non direttivo non dà consigli, non interpreta, non sceglie le mete al posto del cliente. E’ colui che ha fiducia nelle possibilità del cliente di risolvere le sue difficoltà se messo nella condizione di liberare le potenzialità che gli sono proprie.
Nell’ambito della terapia non- direttiva ciò che determina il cambiamento è l’insight. La persona incomincia ad osservarsi con una mente nuova, percepisce se stesso in maniera diversa come se una luce schiarisse, ad un tratto, avvenimenti, sentimenti e comportamenti presenti e passati e permettesse di cogliere legami e nessi mai presi prima di allora in considerazione. L’insight è raggiunto gradualmente grazie alla creazione, da parte del terapeuta, di un setting permissivo, non autoritario, nè giudicante.
In “Counseling and Psycotherapy” del 1942, la tecnica consigliata consisteva nel dare al cliente risposte che potessero chiarirgli il significato di ciò che aveva detto. Tale chiarificazione restava tuttavia su di un piano principalmente razionale e gli interventi erano determinati, innanzitutto, da aspetti tecnici e formali. Lo strumento utilizzato dal terapeuta era quello della tecnica riflettente che permette di focalizzare l’attenzione del cliente sui suoi vissuti al fine di far emergere la figura da uno sfondo indifferenziato. E’ come se il terapeuta, attraverso le risposte riflettenti , fornisse al cliente miope una sota di lente che gli consente di osservare con maggiore chiarezza ciò che avviene in sè e fuori di sè.  La riflessione, inoltre, è anche una modalità molto efficace per testimoniare gli intenti non direttivi della terapia. Infatti, distaccandosi anche di poco dalle comunicazioni del cliente, non si può fare a meno di dirigere il colloquio, d’interpretare e di giudicare. In definitiva il terapeuta mediante l’uso della tecnica riflettente ha la possibilità di rendere esplicito ciò che era implicito nelle comunicazioni del cliente.
La tecnica riflettente si articola in riflessione del contenuto  e riflessione  del sentimento. La prima consiste nel riformulare, in maniera concisa ed efficace, il contenuto delle comunicazioni del cliente. La riflessione del sentimento invece si riferisce non al senso delle vicende, ma al significato dei sentimenti che vengono provati in relazione ad esse. Nel formulare le risposte riflettenti il terapeuta è disponibile ad essere corretto qualora la sua percezione non colga effettivamente il vissuto del cliente. Il terapeuta quindi non si pone come tecnico, come esperto infallibile, ma piuttosto come alunno desideroso di entrare nel mondo soggettivo del cliente lasciandosi guidare da lui e non dalla sua scienza. Inoltre per quanto riguarda il cliente, poter correggere chi ascolta, oltre a favorire l’istaurarsi di un processo terapeutico di tipo autogeno, migliora le capacità introspettive.
Una critica che viene rivolta a questo primo periodo dell’approccio rogersiano, riguarda l’eccessiva passività del terapeuta  che sembra quasi relegato al ruolo d’ascoltatore benevolo alla continua ricerca di un equilibrio tra l’atteggiamento freddo e tecnico e quello segnato dall’implicazione affettiva.

Il secondo periodo è quello della “Terapia Centrata  sul Cliente”, saggio pubblicato da Rogers nel 1951.
Rogers aveva notato che alcuni suoi allievi, pur praticando  il suo metodo, non ottenevano risultati paragonabili ai propri. Dalle discussioni risultò che quelli che fallivano nei loro sforzi terapeutici, applicavano il metodo alla lettera, ma senza alcuna partecipazione personale, svolgevano il ruolo di “schermo neutro”, ma nulla più.
Esperienze del genere portarono  Rogers a precisare che quel che conta non è l’assenza di direttive, ma la presenza nel terapeuta di certi atteggiamenti e di una particolare concezione delle relazioni umane.
Affinchè si possa verificare una modificazione costruttiva della personalità del cliente è necessario che si verifichino sei condizioni considerate da Rogers fondamentali.
Le sei condizioni prevedono che:

  1.  le due persone siano in contatto psicologico; questa condizione è stata denominata da Rogers postulato o condizione preliminare ed è l’unica ad essere dicotomica, cioè o è presente o non lo è.
  2. il cliente si trovi in uno stato d’incongruenza determinato dalla discrepanza tra le esperienze reali dell’organismo  e l’immagine che l’individuo ha di se stesso;
  3. il terapeuta sia, all’interno della relazione, profondamente e liberamente autentico e congruente;
  4. il terapeuta abbia un’accettazione positiva incondizionata nei confronti di ogni aspetto dell’esperienza del cliente. Ciò significa che non si pongono condizioni all’accettazione e che il terapeuta è pronto ad accettare tanto i sentimenti positivi che quelli negativi;
  5. il terapeuta sia capace di percepire il mondo personale  del cliente “come se” fosse il suo. Il terapeuta che sperimenta l’empatia può muoversi liberamente nel mondo del cliente e può sia esprimere ciò di cui il cliente ha bisogno, sia chiarire quegli aspetti dell’esperienza di cui è scarsamente consapevole;
  6. il cliente percepisca l’empatia e l’accettazione incondizionata del terapeuta. Infatti se non vi sono comunicazioni riguardo a questo atteggiamento il processo terapeutico non può avere inizio.

Rogers aveva dunque chiarito che un atteggiamento caldo ed affettuoso era di gran lunga più efficace che non il semplice e freddo atteggiamento non- direttivo. Era però difficile individuare di volta in volta il giusto punto d’equilibrio tra il poco calore ed il troppo, tra l’intimità e la distanza terapeutica. Questo è stato il punto critico che ha spinto i discepoli di Rogers verso due direzioni: da un lato i fedeli della tecnica dello specchio, dall’altro i propugnatori del coinvolgimento affettivo, portato fino alle estreme conseguenze.
Rogers preoccupato dalle deviazioni che stava subendo il suo pensiero, si affrettò a porre un argine agli eccessi affettivi ed a ripristinare la neutralità affettiva ancorata alla tecnica del “come se”.

La terapia centrata sulla persona costituisce il terzo periodo d’evoluzione del trattamento terapeutico. Questo ulteriore cambiamento d’impostazione della relazione terapeutica maturò in seguito ad una nuova esperienza che Rogers iniziò nel 1957 e che lo avvicinò ai pazienti schizofrenici dell’Ospedale psichiatrico del Wisconsin. Questa esperienza metteva in evidenza l’importanza della qualità della relazione.
Questo periodo corrisponde all’adesione sempre maggiore di Rogers al movimento esistenziale.
In America  l’Esistenzialismo è stato un vasto movimento che ha interessato vari settori della cultura ed  ha attraversato due periodi distinti:
 il primo, quello  fenomenologico, ha avuto origine nel 1900 dall’opera di Husserl “Il metodo fenomenologico” in cui viene privileggiata l’osservazione del fenomeno così come appare all’osservatore indipendentemente dal fatto che corrisponda o meno ad una realtà in sè. In effetti non esiste, così come aveva sostenuto l’oggettivismo Kantiano, una realtà in sè, ma esiste piuttosto una realtà in me: sono io che do significato all’esperienza così come la percepisco.
Il fenomeno umano deve essere osservato direttamente senza strutture teoriche aprioristiche in cui, successivamente, inserire l’uomo. Qualunque struttura infatti è riduttiva e qualunque schema impoverisce.
Il metodo d’investigazione proposto da Husserl prendeva in considerazione l’uomo non come entità astratta, ma come individuo concreto, sottolineando l’alta soggettività del suo vissuto e la profonda mutevolezza dell’auto ed eteropercezione.
La fase successiva, quella esistenziale, concepisce l’uomo come colui che in ogni momento è sul punto di emergere da …, di divenire, di affermare se stesso e di esistere nel tempo oltre che nello spazio. Questa  modalità di approccio può essere sintetizzata nella parola tedesca DASEINANALYSE che significa analisi dell’essere là: l’uomo è colui che è là con il suo personale schema di riferimento interno altamente personale soggettivo.
In ambito psicologico la conseguenza di queste considerazioni è che è possibile comprendere ed aiutare un’altra persona solo se si è capaci di mettersi nei suoi panni, vedere il mondo con i suoi occhi allontanandosi dal proprio schema di riferimento.
Il ruolo del terapeuta quindi si ispira dunque alla figura socratica della levatrice in quanto è colui che aiuta il cliente a dare alla luce qualcosa che proviene da lui stesso e non da parametri teorici di riferimento derivanti dalla sua formazione scientifica e professionale. E’ infatti il cliente stesso l’unico parametro a cui fare riferimento, l’unico esperto della sua esperienza.

Read Full Post »