Fino alle soglie del 900, il gioco veniva considerato una attività contrapposta alle così dette attività“ serie”. Solo nel 1898 lo studioso Karl Groos (1898) attribuì al gioco una funzione importante nello sviluppo della persona, considerandolo una specie di palestra per i comportamenti futuri.
Il bambino, fin dal 10 mese di vita, diviene capace di “fare finta” e con questa abilità entra nella sua vita la possibilità di rielaborare gli elementi della propria realtà, costruendo una realtà parallela all’interno della quale il mondo viene ricreato secondo i propri bisogni e desideri. Questa elaborazione del mondo va di pari passo con la formazione del proprio senso di identità.
Sue Jenning individuò tre fasi del gioco infantile le quali si succedono integrandosi. La fisicità del gioco, nella prima fase, è predominante, nella seconda il bambino utilizza oggetti che acquistano un significato simbolico e nella terza il gioco diviene teatro.
In quest’ultima fase, dove il gioco prende il nome di gioco drammatico è fondamentale il “come se” che ha un significato più ampio del semplice far finta e che è presente in altre attività della vita adulta come il rito, la festa ed il teatro. Queste, come il gioco, si svolgono nell’ambito della “realtà drammatica”, una realtà speciale e protetta dove il mondo reale e quello immaginativo si intersecano costituendo il primo la sua forma ed il secondo il suo contenuto. Il gioco drammatico infantile produce una serie di effetti positivi in quanto permette di: esprimere e risolvere conflitti interni, assimilare la realtà, raggiungere un senso di padronanza e di controllo, liberare emozioni, imparare a controllare impulsi potenzialmente distruttivi, esplorare problemi e scoprire soluzioni, sperimentare ruoli nuovi e sviluppare un senso di identità.
Anche le attività ludiche del Laboratorio si svolgono nell’ambito della realtà drammatica e producono gli stessi effetti positivi che sono stati elencati a proposito del gioco drammatico infantile.