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la creatività è la forza che spinge a cercare una risposta adeguata per una nuova situazione o una nuova risposta per una situazione vecchia J.L.MORENO

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Il lavoro psicoterapeutico di Carl Rogers

7 Giugno, 2009 di ludoterapia

di Chiara Catapano

La teoria e la terapia rogersiana rientrano nell’ambito della Psicologia umanistico - esistenziale definita da Maslow “terza forza” in opposizione alla Psicoanalisi ed al Comportamentismo.

Gli spunti teorici di Rogers derivano direttamente dal suo lavoro di psicoterapeuta. Egli infatti ha sempre considerato gli elementi teorici da lui elaborati alla stregua di ipotesi che potevano essere  modificate, qualora la pratica dimostrasse la loro erroneità. Pertanto la terapia rogersiana ha subito nel corso degli anni una costante evoluzione passando attraverso tre  diverse fasi. Queste hanno una base in comune costituita dalla fiducia che  Rogers ha sempre riposto  nella natura umana e dal convincimento che ogni persona è in grado di realizzare le proprie potenzialità spinta dalla forza propulsiva della tendenza attualizzante e guidata dalla saggezza insita nell’organismo. E’ proprio tale ottimismo a sostenere l’approccio terapeutico di Carl Rogers che si contrappone alla visione pessimistica dell’uomo fondata sul peccato e sul senso di colpa che sono i fondamenti della nostra cultura determinata in larga misura dal condizionamento religioso e sostenuta anche dalla psicoanalisi freudiana.

La prima fase della terapia rogersiana è caratterizzata dalla non-direttività. Il terapeuta non direttivo non dà consigli, non interpreta, non sceglie le mete al posto del cliente. E’ colui che ha fiducia nelle possibilità del cliente di risolvere le sue difficoltà se messo nella condizione di liberare le potenzialità che gli sono proprie.
Nell’ambito della terapia non- direttiva ciò che determina il cambiamento è l’insight. La persona incomincia ad osservarsi con una mente nuova, percepisce se stesso in maniera diversa come se una luce schiarisse, ad un tratto, avvenimenti, sentimenti e comportamenti presenti e passati e permettesse di cogliere legami e nessi mai presi prima di allora in considerazione. L’insight è raggiunto gradualmente grazie alla creazione, da parte del terapeuta, di un setting permissivo, non autoritario, nè giudicante.
In “Counseling and Psycotherapy” del 1942, la tecnica consigliata consisteva nel dare al cliente risposte che potessero chiarirgli il significato di ciò che aveva detto. Tale chiarificazione restava tuttavia su di un piano principalmente razionale e gli interventi erano determinati, innanzitutto, da aspetti tecnici e formali. Lo strumento utilizzato dal terapeuta era quello della tecnica riflettente che permette di focalizzare l’attenzione del cliente sui suoi vissuti al fine di far emergere la figura da uno sfondo indifferenziato. E’ come se il terapeuta, attraverso le risposte riflettenti , fornisse al cliente miope una sota di lente che gli consente di osservare con maggiore chiarezza ciò che avviene in sè e fuori di sè.  La riflessione, inoltre, è anche una modalità molto efficace per testimoniare gli intenti non direttivi della terapia. Infatti, distaccandosi anche di poco dalle comunicazioni del cliente, non si può fare a meno di dirigere il colloquio, d’interpretare e di giudicare. In definitiva il terapeuta mediante l’uso della tecnica riflettente ha la possibilità di rendere esplicito ciò che era implicito nelle comunicazioni del cliente.
La tecnica riflettente si articola in riflessione del contenuto  e riflessione  del sentimento. La prima consiste nel riformulare, in maniera concisa ed efficace, il contenuto delle comunicazioni del cliente. La riflessione del sentimento invece si riferisce non al senso delle vicende, ma al significato dei sentimenti che vengono provati in relazione ad esse. Nel formulare le risposte riflettenti il terapeuta è disponibile ad essere corretto qualora la sua percezione non colga effettivamente il vissuto del cliente. Il terapeuta quindi non si pone come tecnico, come esperto infallibile, ma piuttosto come alunno desideroso di entrare nel mondo soggettivo del cliente lasciandosi guidare da lui e non dalla sua scienza. Inoltre per quanto riguarda il cliente, poter correggere chi ascolta, oltre a favorire l’istaurarsi di un processo terapeutico di tipo autogeno, migliora le capacità introspettive.
Una critica che viene rivolta a questo primo periodo dell’approccio rogersiano, riguarda l’eccessiva passività del terapeuta  che sembra quasi relegato al ruolo d’ascoltatore benevolo alla continua ricerca di un equilibrio tra l’atteggiamento freddo e tecnico e quello segnato dall’implicazione affettiva.

Il secondo periodo è quello della “Terapia Centrata  sul Cliente”, saggio pubblicato da Rogers nel 1951.
Rogers aveva notato che alcuni suoi allievi, pur praticando  il suo metodo, non ottenevano risultati paragonabili ai propri. Dalle discussioni risultò che quelli che fallivano nei loro sforzi terapeutici, applicavano il metodo alla lettera, ma senza alcuna partecipazione personale, svolgevano il ruolo di “schermo neutro”, ma nulla più.
Esperienze del genere portarono  Rogers a precisare che quel che conta non è l’assenza di direttive, ma la presenza nel terapeuta di certi atteggiamenti e di una particolare concezione delle relazioni umane.
Affinchè si possa verificare una modificazione costruttiva della personalità del cliente è necessario che si verifichino sei condizioni considerate da Rogers fondamentali.
Le sei condizioni prevedono che:

  1.  le due persone siano in contatto psicologico; questa condizione è stata denominata da Rogers postulato o condizione preliminare ed è l’unica ad essere dicotomica, cioè o è presente o non lo è.
  2. il cliente si trovi in uno stato d’incongruenza determinato dalla discrepanza tra le esperienze reali dell’organismo  e l’immagine che l’individuo ha di se stesso;
  3. il terapeuta sia, all’interno della relazione, profondamente e liberamente autentico e congruente;
  4. il terapeuta abbia un’accettazione positiva incondizionata nei confronti di ogni aspetto dell’esperienza del cliente. Ciò significa che non si pongono condizioni all’accettazione e che il terapeuta è pronto ad accettare tanto i sentimenti positivi che quelli negativi;
  5. il terapeuta sia capace di percepire il mondo personale  del cliente “come se” fosse il suo. Il terapeuta che sperimenta l’empatia può muoversi liberamente nel mondo del cliente e può sia esprimere ciò di cui il cliente ha bisogno, sia chiarire quegli aspetti dell’esperienza di cui è scarsamente consapevole;
  6. il cliente percepisca l’empatia e l’accettazione incondizionata del terapeuta. Infatti se non vi sono comunicazioni riguardo a questo atteggiamento il processo terapeutico non può avere inizio.

Rogers aveva dunque chiarito che un atteggiamento caldo ed affettuoso era di gran lunga più efficace che non il semplice e freddo atteggiamento non- direttivo. Era però difficile individuare di volta in volta il giusto punto d’equilibrio tra il poco calore ed il troppo, tra l’intimità e la distanza terapeutica. Questo è stato il punto critico che ha spinto i discepoli di Rogers verso due direzioni: da un lato i fedeli della tecnica dello specchio, dall’altro i propugnatori del coinvolgimento affettivo, portato fino alle estreme conseguenze.
Rogers preoccupato dalle deviazioni che stava subendo il suo pensiero, si affrettò a porre un argine agli eccessi affettivi ed a ripristinare la neutralità affettiva ancorata alla tecnica del “come se”.

La terapia centrata sulla persona costituisce il terzo periodo d’evoluzione del trattamento terapeutico. Questo ulteriore cambiamento d’impostazione della relazione terapeutica maturò in seguito ad una nuova esperienza che Rogers iniziò nel 1957 e che lo avvicinò ai pazienti schizofrenici dell’Ospedale psichiatrico del Wisconsin. Questa esperienza metteva in evidenza l’importanza della qualità della relazione.
Questo periodo corrisponde all’adesione sempre maggiore di Rogers al movimento esistenziale.
In America  l’Esistenzialismo è stato un vasto movimento che ha interessato vari settori della cultura ed  ha attraversato due periodi distinti:
 il primo, quello  fenomenologico, ha avuto origine nel 1900 dall’opera di Husserl “Il metodo fenomenologico” in cui viene privileggiata l’osservazione del fenomeno così come appare all’osservatore indipendentemente dal fatto che corrisponda o meno ad una realtà in sè. In effetti non esiste, così come aveva sostenuto l’oggettivismo Kantiano, una realtà in sè, ma esiste piuttosto una realtà in me: sono io che do significato all’esperienza così come la percepisco.
Il fenomeno umano deve essere osservato direttamente senza strutture teoriche aprioristiche in cui, successivamente, inserire l’uomo. Qualunque struttura infatti è riduttiva e qualunque schema impoverisce.
Il metodo d’investigazione proposto da Husserl prendeva in considerazione l’uomo non come entità astratta, ma come individuo concreto, sottolineando l’alta soggettività del suo vissuto e la profonda mutevolezza dell’auto ed eteropercezione.
La fase successiva, quella esistenziale, concepisce l’uomo come colui che in ogni momento è sul punto di emergere da …, di divenire, di affermare se stesso e di esistere nel tempo oltre che nello spazio. Questa  modalità di approccio può essere sintetizzata nella parola tedesca DASEINANALYSE che significa analisi dell’essere là: l’uomo è colui che è là con il suo personale schema di riferimento interno altamente personale soggettivo.
In ambito psicologico la conseguenza di queste considerazioni è che è possibile comprendere ed aiutare un’altra persona solo se si è capaci di mettersi nei suoi panni, vedere il mondo con i suoi occhi allontanandosi dal proprio schema di riferimento.
Il ruolo del terapeuta quindi si ispira dunque alla figura socratica della levatrice in quanto è colui che aiuta il cliente a dare alla luce qualcosa che proviene da lui stesso e non da parametri teorici di riferimento derivanti dalla sua formazione scientifica e professionale. E’ infatti il cliente stesso l’unico parametro a cui fare riferimento, l’unico esperto della sua esperienza.

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