In Benin, a circa 1 ora di macchina da Cotonou – metropoli infernale come sono infernali le metropoli del sud del mondo – esiste, quasi in mezzo alla giungla, un piccolo villaggio, Zinwie nel quale i Camilliani gestiscono l’ospedale La Croix, unico centro sanitario del sud del paese. Lì le persone arrivano a piedi, percorrendo centinaia di chilometri e portandosi dietro tutta la famiglia, composta per lo più da bambini.
E’ una realtà da follia, una follia di cui non posso non sentirmi responsabile. Ho visto bambini morire denutriti perché “dimenticati” dalle madri, sopraffatte dall’accudumento dei loro troppo numerosi figli (il Benin è il paese con il più alto numero di parti gemellari); ho visto bambini morire perché nell’ospedale non ci sono incubatrici sufficienti; ho visto morire ragazzi e ragazze, perché il Benin è il paese dove la magia e gli stregoni, con i loro riti, condizionano terribilmente le persone al punto che la paura le porta a rivolgersi ai medici quasi di nascosto, spesso quando le condizioni dell’ammalato sono ormai disperate.
Oltre a ciò, il Benin, che è uno dei tre paesi più poveri del mondo, è uno dei centri dove fa strage una forma di lebbra quasi sconosciuta: l’ulcera del Buruli. Questa è provocata da un microrganismo che vive nell’acqua paludosa di quelle zone e che attacca i tessuti molli del corpo. Sono soprattutto le donne e i bambini a farne le spese, perchè sono loro che, nei villaggi, hanno il compito di andare a prendere l’acqua dalla palude, anche facendo moltissimi chilometri a piedi.
L’unico rimedio, che a tutt’oggi si è trovato a questa malattia, è di tipo chirurgico. La parte malata viene asportata, scavando il tessuto, spesso degli arti, fino all’osso. Nel punto da dove viene asportata la parte, in un secondo momento, viene innestato un pezzo di tessuto prelevato da un altro punto del corpo. Quest’intervento lo si effettua con uno strumento simile ad un attrezzo che nelle nostre cucine si usa per ricavare scaglie dal formaggio e viene fatto quasi senza anestesia. Queste operazioni, quindi, sono dolorosissime e, purtroppo numerosissime. Inoltre, la cura successiva all’intervento dura parecchi mesi.
Come dicevo i soggetti colpiti maggiormente sono per lo più bambini, che per questo motivo, subiscono traumi terribili. Sono, inoltre, costretti a subire lunghi e dolorosissimi trattamenti di riabilitazione. Queste piccole creature, esuberanti d’energia come spesso avviene per chi è costretto a lottare quotidianamente per vivere devono, quindi, imparare a convivere con un dolore fisico per loro incomprensibile, con la paura dei medici e, soprattutto, a sopportare di restare bloccati per mesi (quando va bene sei o sette) in posizioni disumane nel letto di quell’ospedale – abbandonati completamente a se stessi.
Arrivata in quella realtà mi sono subito resa conto che, a causa della priorità dell’intervento medico, nessuno prendeva in considerazione quelle che potevano essere le conseguenze, spesso visibilissime, del vissuto di quell’esperienza su quei bambini. Ho pensato, quindi, che potesse essere importante cercare di creare con ciascuno dei piccoli un rapporto personale, attraverso il gioco e con i più grandi, attraverso il dialogo, la lettura e la scrittura. Mi sono potuta così rendere conto, man mano che passavano i giorni, che i bambini aspettavano con ansia e desiderio questi appuntamenti con noi volontari. Finalmente, avevano qualcosa da fare e qualcuno che si avvicinava a loro, non per procurargli dolore ma per aiutarli nella sofferenza, finalmente c’era qualcuno che s’interessava a loro!
Inoltre, ho ritenuto importante e necessario cercare di creare un rapporto con le madri dei piccoli, sia per imparare a conoscere il loro mondo, che per aiutarle e stimolarle, affinché potessero, anche in nostra assenza, continuare a distrarre i loro piccoli dalla realtà ospedaliera, attraverso vari tipi di attività. In questo modo, mi sono resa conto che, spesso, avendo a che fare con ragazze di 13 – 14 anni che avevano subito violenza ed abusi anche all’interno delle loro famiglie, queste erano più bambine dei loro figli.
Sono, inoltre, rimasta fortemente colpita dal desiderio enorme d’imparare di queste donne e dei loro figli e così noi volontari abbiamo cercato di portare all’interno dell’ospedale delle attività di tipo scolastico. In questo modo, oltre al sostegno attraverso il gioco potevamo aiutare questi piccoli a non interrompere completamente un percorso di scuola, spesso appena iniziato.
Il desiderio di apprendere in Africa è davvero straordinario e lo si può misurare con il numero di chilometri che ogni bambino è costretto a percorrere giornalmente, a piedi, per raggiungere la scuola più vicina: spesso decine di chilometri ad andare ed altrettante a tornare.
A fianco all’ospedale c’è, inoltre, un centro di accoglienza per le famiglie dei piccoli malati, dove sono “parcheggiati”, per mesi interi, i loro fratellini. Anche lì abbiamo cercato di portare dalle attività ludiche e scolastiche, cercando soprattutto di curare il rapporto personale con ciascuno dei piccoli.
I bambini in Africa smettono d’essere tali molto presto, non ricevono nessun tipo di attenzione, fino al punto da essere dimenticati dalle loro stesse madri quando nasce loro un altro figlio. Per questo motivo ho visto bambini che a tre anni non sapevano ancora camminare, bambini con le gambe atrofizzate, perché abbandonati su una stuoia nella loro capanna; ho assistito, impotente, alla morte per denutrizione di alcuni di loro, perché le madri, prese dai nuovi figli, spesso dimenticavano, o non riuscivano, a dare da mangiare a quelli più grandi.
Sono andata via dal Benin convinta che un serio intervento di sostegno, di recupero e di stimolazione psicologici fossero necessari quanto l’intervento medico. Infatti, imbattendomi spesso in evidenti sindromi da ospedalizzazione, con effetti devastanti sulla psiche dei bambini (atteggiamenti autistici, depressivi, ansiosi ecc.) la mia domanda era: questi individui, una volta recuperati fisicamente, potranno mai più avere una vita normale nei loro villaggi, dove la malattia mentale è ancora confusa con la stregoneria o la possessione diabolica?
Inoltre, sarebbe importante dare un sostegno psicologico alle donne di questo paese che sono le vere vittime del sistema, anche se la nostra coscienza occidentale potrebbe, con molta superficialità condannare il loro modo d’esser madri. Queste infatti sono completamente assoggettate ai loro mariti ed agli usi e tradizioni locali, al punto da non esserci più come persone. Affiancandosi a loro, le si potrebbe aiutare a recuperare una dignità umana alla quale rinunciano per paura e non per incapacità.
Roberta de Bury